07
May

Dal libro Le Finesi si raccontano: IL NOCE

Nel 1951 sono stato portato a Fino Mornasco da Rosalia che, quando si è sposata, voleva avere vicino a sé un ricordo del suo paese, Caslino al Piano. Scelse me, una piantina di noce. Sono così cresciuto vicino alla sua famiglia, tenendo d’occhio tutti quanti per mezzo secolo. Alcune delle vicende che state per leggere le ho osservate io stesso, altre le ho sentite raccontare sotto le mie fronde.

 IL NOCE

di Elena Merazzi

 

 

Nel 1951 sono stato portato a Fino Mornasco da Rosalia che, quando si è sposata, voleva avere vicino a sé un ricordo del suo paese, Caslino al Piano. Scelse me, una piantina di noce. Così sono cresciuto vicino alla sua famiglia, tenendo d’occhio tutti quanti per mezzo secolo.

Alcune delle vicende che state per leggere le ho osservate io stesso, altre le ho sentite raccontare sotto le mie fronde.

Ho osservato quattro generazioni: dai più vecchi, Enrico e Giulia, a Pina e Maria insieme a Mario e la mia Rosalia, le loro figlie Irma e Elena che sono cresciute insieme a me, i mariti Luigi e Gianmario e l’ultima generazione con Andrea, Simone e Gloria.

Col passare degli anni, il giardino dove Rosalia mi aveva piantato è andato modificandosi. È stata costruita una nuova casa di fianco a quella vecchia ed io sono rimasto proprio al centro di quel bel cortile, quasi collegando le due abitazioni con i miei rami sempre più robusti a larghi. Penso che sia dipeso anche dalla mia bellezza se sotto di me hanno continuato a riunirsi in armonia tutti i membri di questa famiglia.

Durante la bella stagione, guardavo gli anziani chiacchierare degli anni passati, gli adulti sbrigare sempre qualche faccenda, i bambini giocare sotto l’occhio vigile di tutti quanti.  Alla sera loro cenavano all’aperto tutti insieme attorno ad un unico tavolone. Io mi divertivo un sacco ad osservarli, a sentire cosa era successo durante la giornata. Non stavano a lungo a tavola, perché poi c’erano i giochi di società, le sfide ginniche, le gare di canestro, la proiezione delle diapositive sul muro della casa. Tutti erano coinvolti in qualcosa di divertente o interessante. Gli animali non sono mai mancati: gatti che si arrampicavano sul  mio tronco a caccia di uccellini; cani che mi giravano intorno rincorrendo i bambini; galline che razzolavano ai miei piedi mangiando i maggiolini che cadevano dalle mie foglie. In estate potevo dormire un po’ poco, ma era decisamente la stagione migliore per tutti noi.

Mi piaceva particolarmente il pomeriggio, perché c’era tanto da ascoltare: storie belle e brutte di vite vissute con forza e coraggio. Erano gli anziani i veri protagonisti di quelle ore passate sotto la mia ombra rinfrescante. Mario con le sue agghiaccianti esperienze durante la seconda guerra mondiale, prima in campo di concentramento a soli diciotto anni, poi prigioniero un anno dei tedeschi ed un anno dei russi. Io ascoltavo e mi chiedevo in che modo fosse riuscito a superare tanto orrore e tali patimenti e sofferenze, ma ho una mia teoria: potrebbe essere stato l’affetto delle persone a lui care che hanno saputo riportarlo a una dimensione umana, circondandolo d’amore. Le sorelle Pina, Maria ed Angelina ricordavano la loro mamma Ernesta, morta in giovane età. Anche dopo così tanti anni, le loro lacrime hanno bagnato la mia terra, trasmettendomi tanta nostalgia e vero dolore. Furono tempi grami, con poco cibo, niente soldi, tanta fatica ed il fratellino Mario da crescere.

Nel novecento, tutti i Merazzi hanno lavorato nel campo della seta, in tessitura. Angelina ed il marito Libero avevano una grande tessitura serica. Anche Pina e Mario hanno lavorato in quella ditta, mentre Maria e Rosalia tessevano la seta coi loro telai a domicilio. Quanto rumore hanno fatto quei sei telai! Quella generazione ha lavorato tanto, senza lamentarsi, perché aveva un chiaro obiettivo: migliorare la vita ed assicurare un futuro più sereno ai familiari. C’era un bel rapporto fra loro e, dal mio punto di vista sopra le loro teste, sembravano proprio una squadra, ognuno coi propri ruoli ben definiti all’interno della famiglia.

Le figlie di Mario hanno posto fine alla “discendenza”: tante donne nella famiglia e quindi il cognome dei Merazzi si è esaurito. Irma ha avuto due bei maschietti vivaci ed io ne so qualcosa, visto che Mario  ha attaccato un canestro alla biforcazione del mio tronco per farli giocare a basket. Elena ha aggiunto alla famiglia una figlia di nome Gloria, che io ho osservato crescere proprio dalla finestra della sua cameretta, dove i miei rami si sono allungati fino a sfiorarla.

I mariti Luigi e Gianmario hanno lavorato tanto e lontano da Fino Mornasco, conseguentemente avevano un po’ poco tempo da passare in  mia compagnia, ma d’autunno hanno sempre raccolto il mio tappeto di foglie, così tutto era sempre in ordine e mi sentivo rispettato e curato.

Io sono stato il re incontrastato del cortile per tanti anni. Non c’erano macchine da posteggiare sotto i miei rami, al massimo la Lambretta di Mario e le biciclette delle donne e dei bambini, quindi tutto quello spazio era il mio regno. Come tutti quanti, anch’io ho avuto i miei momenti difficili. Ricordo con dolore le invasioni di maggiolini che a primavera mi lasciavano spelacchiato, così come la grande nevicata del 1985 che ha messo a dura prova la forza dei miei rami.

Gli anni sono però trascorsi velocemente, gli abitanti sono cresciuti ed invecchiati, alcuni si sono ammalati e hanno abbandonato questo cortile per trasferirsi in quello celeste. Dopo mezzo secolo di convivenza, anch’io mi sono sentito sempre più debole. Attaccato da un fungo, mi sono rinsecchito e so che hanno dovuto sradicarmi con grande dolore e rimpianto. Sono certo che nessuno di loro mi ha mai dimenticato.